lunedì, 23 gennaio 2006
In questi ultimi mesi, se ci pensiamo bene, forti movimenti tellurici hanno scosso la leadership israeliana e, considerando anche la sua situazione geopolitica, possiamo tranquillamente affermare che se l'unica democrazia del Medio Oriente non fosse ben consolidata, avrebbe potuto implodere o cedere a forme risolutive ben più facili, con decreti di emergenza, colpi di Stato, ecc.

Ma andiamo per ordine e cerchiamo di ricapitolare gli eventi più importanti che hanno scosso il Paese senza causare gravi danni, ma che anzi lo hanno rafforzato.

Il 2005 inizia con un nuovo governo formatosi nei primi giorni di gennaio, in seguito alla fuoriuscita di Shinui che aveva votato contro l'approvazione del bilancio. Un governo di unità nazionale, dove il maggior partito di destra, il Likud si allea con il maggiore della sinistra, i laburisti di Avodà, a cui se ne aggiunge uno religioso.

Dopo aver sconfitto il terrorismo che da 5 anni oltre ad uccidere e ferire il maggior numero possibile di inermi cittadini, minava al sistema nervoso della popolazione, questa nuova coalizione approva la decisione già maturata di lasciare Gaza, portando via con le buone o le cattive migliaia di persone che lì si erano stabilite, costruendo case, scuole, strutture ed impianti industriali ed agricoli senza avere nulla in cambio dalla controparte palestinese. (A proposito, si è mai vista al mondo una storia simile? Un Paese, cioè, che, dopo aver conquistato dei territori in seguito ad una guerra non voluta, li restituisce ai vicini che, nonostante eternamente perdenti, continuano ad avanzare violentemente pretese?).

Come se tutto questo non bastasse al disimpegno da Gaza segue la rivolta interna al Likud che si divide e porta alcuni membri a votare contro le decisioni del governo. Sharon, però, non si fa intimidire ed è lui ad abbandonare il suo partito, nel quale figura tra i fondatori, per crearne dal nulla un altro in cui confluiscono esponenti sia di destra che di sinistra. La nuova formazione non è ancora consolidata, non ha cioè né una sede, né una piattaforma elettorale ben precisa che il suo fondatore, nonché attuale premier, subisce tre ictus che lo portano fuori dalla vita attiva, almeno allo stato attuale delle cose.

Nonostante tutto questo, dicevamo, il Paese va avanti, il vice primo ministro si assume le responsabilità del caso, fra circa dieci giorni i palestinesi avranno le loro elezioni ed Israele a poco meno di due mesi dalle sue di votazioni, dovrà continuare gli sforzi per cercare di combattere il terrorismo non sapendo ancora cosa dovrà fronteggiare dopo i risultati di fine mese. Il rischio infatti è che Hamas, un’organizzazione terroristica che nemmeno in campagna elettorale ha rinunciato, seppur più velatamente, ai proclami per la distruzione dell’”entità sionista”, possa vincere e scalzare la dirigenza di Al Fatah.

E. su Agenzia Radicale
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venerdì, 20 gennaio 2006

Cresce l’integrazione economica in Sud America. Con un occhio a quella politica...


I rapporti fra Brasile, Argentina e Venezuela continuano a rafforzarsi: Brasilia, Buenos Aires e Caracas hanno infatti recentemente raggiunto un accordo per un gasdotto che collegherà i tre Paesi (link).
Obbiettivo è quello di sviluppare una politica di esplorazione e di sfruttamento congiunto dei giacimenti di idrocarburi nel golfo argentino di San Jorge e in quello venezuelano dell’Orinoco. Il grande gasdotto dovrebbe essere lungo circa 8.000 chilometri, costare approssimativamente 16-20 miliardi di dollari ed essere in grado di trasportare fino a 150 milioni di metri cubi di metano al giorno.
Brasile e Argentina, sarebbero così in grado così di soddisfare il loro fabbisogno quotidiano di gas con un unico fornitore: il Venezuela. Quest’ultima eventualità si ritorcerebbe contro la Bolivia, per ora principale fornitore di metano sia di Brasilia che di Buenos Aires. La creazione del gasdotto è una delle prime e principali conseguenze del recente ingresso del Venezuela nel Mercosur, la “Comunità Economica” dell’America del Sud.
Il Venezuela, che fa già parte della Comunità Andina, è entrato a far parte del Mercosur il 9 Dicembre 2005. Il 30 Dicembre scorso anche la Bolivia (anch’essa membro della Comunità Andina) è stata formalmente invitata a prendere parte al Mercosur.
A pensare maliziosamente, non sfugge la particolarità degli inviti e la possibilità sottotraccia di un rafforzamento dell’area “anti-imperialista” dell’America Latina, “costituita” da Brasile, Argentina, Venezuela e, da ultimo, la Bolivia di Evo Morales.
Potrebbero rafforzare tale tesi i malumori manifestati da Uruguay e Paraguay, anch’essi membri del Mercosur, che temono di perdere potere decisionale all’interno dell’organizzazione e che per questo, da tempo, lasciano intravedere un avvicinamento agli Stati Uniti.
Durante la sua prima visita in Brasile, il presidente argentino Nestor Kirchner ha ammesso tali malumori e ha ribadito l’impegno dei due Paesi più grandi del “Cono Sur” per una maggiore “assistenza reciproca, senza ignorare le asimmetrie esistenti” (link). Vedremo se alle parole seguiranno i fatti.
Tuttavia, è da molto tempo che si parla di un avvicinamento fra i Paesi del Mercosur (Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay e adesso anche Venezuela) e della Comunità Andina (Bolivia, Colombia, Ecuador, Perù e Venezuela).
Più che di avvicinamento, sarebbe meglio però parlare di integrazione. L’8 Dicembre del 2004, a Cuzco (Perù) infatti, i Capi di Stato e di Governo dei già citati Paesi aderenti alle due Organizzazioni più Cile, Guyana e Suriname hanno firmato una Dichiarazione comune di intenti con la quale si sono poste le basi della Comunità Sudamericana delle Nazioni (CSN), una specie di Unione Europea del Sud America (link).
Gli obiettivi che la CSN si pone sono, a larghi tratti, simili a quelli dell’UE. Le date prefissate sono il 2014 per l’eliminazione di tutti i dazi doganali e la costituzione di una zona di libero scambio fra tutti e 12 i Paesi, mentre per il 2019 ci si è prefissi l’obiettivo di una moneta unica, di un passaporto unico e di un Parlamento Sudamericano.
A questo si aggiungono i molti progetti – anche qui simili a quelli europei – di costruzione, di rafforzamento e di ammodernamento delle reti di trasporto e di comunicazione sudamericane, per non parlare delle prospettive di integrazione con le altre organizzazioni economiche presenti in Centro America e nei Caraibi.
Ma se il Sud America guarda all’Europa (fosse solo anche per fare un dispetto al Presidente USA Bush), l’Europa purtroppo ignora il Sud America, con la sola eccezione della Spagna. E forse ormai è già troppo tardi, visto che la Cina ha già stipulato e continua a stipulare accordi con vari Paesi sudamericani. Un’altra occasione perduta per Bruxelles?


*  *  *


Notizie in breve


* Prove di dialogo fra il neo-presidente boliviano, Evo Morales, e il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Il Ministero degli Esteri USA ha affermato di volere “un dialogo e un contatto con Evo Morales”, attualmente in visita in Sud Africa (link).
Perdono al personale della Casa Bianca tante umiliazioni e tante accuse. Perdono perchè è necessario scommettere sul dialogo, sulla ricerca della pace e della giustizia sociale”, ha detto Morales durante la conferenza stampa con il suo omologo sudafricano Thabo Mbeki a Pretoria.
Ha poi aggiunto: “Tengo a dire all’Africa del sud e al dipartimento di Stato USA che ogni dialogo volto verso l’eliminazione delle discriminazioni e della povertà sarà benvenuto”. Morales ha però chiarito che la Bolivia non accetterà relazioni internazionali di sottomissione e subordinazione.


* Continuano i tentativi di normalizzazione ad Haiti, sconvolta negli ultimi due anni dal crollo della dittatura di Jean-Baptiste Aristide, da un lungo periodo di anarchia e anche da catastrofi naturali dovuti al passaggio di uragani.
J
uan Gabriel Valdes, Rappresentante Speciale del Segretario Generale dell’Onu ad Haiti, ha confermato che le elezioni presidenziali e legislative si svolgeranno come previsto nel Paese, con il primo turno fissato per il 7 febbraio prossimo (link).
T
uttavia, continuano le violenze. Due caschi blu giordani sono morti ed un terzo, sempre giordano, è rimasto ferito in uno scontro a fuoco a Port-au-Prince, capitale haitiana, nell’ultimo episodio di violenza contro le forze Minustah (acronimo per “Missione delle Nazioni Unite di Stabilizzazione ad Haiti”) (link).
Si segnalano infine disordini al confine con la Repubblica Dominicana, che hanno causato un morto. La protesta è originata dalla morte, due giorni fa, di 24 clandestini haitiani che cercavano di passare il confine con l’altro Stato presente sull’isola di Hispaniola. (link).


* In chiusura, una notizia di “costume”. La Lega Nord ha dato inizio, con notevole anticipo, alla campagna elettorale per il 2006 e lo fa partendo... dall’Argentina!
I
l quotidiano leghista La Padania da infatti notizia (link) dell’apertura del portale “Lega Nord – Padania in Argentina”. Collegandosi al sito della Lega Nord in Argentina è possibile scaricare il programma del movimento per gli italiani nel mondo, con tutti i progetti e le iniziative che la Lega ha in animo di realizzare per gli italiani residenti all’estero”, scrive il quotidiano leghista, che annuncia che in futuro verranno forniti nuovi materiali.

postato da: Sannita alle ore 11:35 | Permalink | commenti
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