mercoledì, 24 agosto 2005

BANGKOK (Reuters) - Secondo una serie di indiscrezioni che circolano oggi sia in Myanmar che nella vicina Thailandia, il capo della giunta militare generale Than Shwe sarebbe stato deposto. Ma il ministro degli Esteri thailandese ha detto che si tratta soltanto di congetture.

Secondo le informazioni che circolano, Than Shwe, capo della giunta militare che governa in varie forme l'ex Birmania dal 1962, sarebbe stato deposto dal numero due del regime, il generale Maung Aye.

Un funzionario dei servizi segreti thailandesi ha detto di aver sentito voci in proposito, ma che non c'è alcuna conferma.

"Abbiamo sentito che Maung Aye avrebbe preso il posto di Than Shwe, chiamando in causa accuse di corruzione e il coinvolgimento di Shwe in una vendita illegale di armi", ha detto a Reuters il funzionario, che preferisce restare anonimo.

Il ministero degli Esteri thailandese, Kantathi Suphamongkhon, ha detto invece ai giornalisti: "Finora, si tratta solo di voci. Ho ancora in programma di compiere una visita a Myanmar nei prossimi giorni".

Il sito web del quotidiano thailandese Phuchatkan scrive che Maung Aye, il comandante in capo dell'esercito, avrebbe ordinato la carcerazione di Than Shwe presso un ospedale di Yangon ieri.

L'ex Birmania è governata dal 1962 dai militari, accusati di abusi sui diritti umani e per la detenzione della leader dell'opposizione democratica Aung San Suu Kyi dal maggio 2003.

Il regime afferma invece che la transizione verso la democrazie è in corso, secondo una "road map" in sette punti presentata nell'agosto di due anni fa.



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mercoledì, 15 giugno 2005
Myanmar (ex-Birmania) - 14.6.2005
Persecuzioni birmane
Bombe, stupri e villaggi bruciati. L'offensiva dell'esercito birmano contro la minoranza shan
  Rifugiati shan in Thailandia
Da settimane le bombe cadono sui loro villaggi. I soldati governativi hanno dato fuoco alle loro case e stuprato donne e ragazzine. Per gli shan, una delle tante minoranze perseguitate dalla giunta birmana, non c’è scampo: l’unica via di sopravvivenza è la fuga. Nella giungla, sulle colline e per chi ce la fa oltre il confine con la Thailandia. Da queste parti giornalisti e osservatori stranieri non sono ammessi e non è possibile sapere se e quanti civili siano caduti nel conflitto dimenticato e decennale fra l’esercito di Yangon e la guerriglia separatista dello Shan state army (Ssa). Certo, questa volta, le truppe governative del tatmadaw e dell’alleato United wa state army (Uwsa) non hanno risparmiato nessuno: circa 100mila soldati a partire dal marzo scorso hanno ucciso, torturato, stuprato e sfollato decine, forse centinaia, di shan.
 
Contro il diritto internazionale. La “road map verso la democrazia” annunciata dal governo del Myanmar (ex Birmania) nell’agosto 2003 sembra sempre più inattuabile. Le ultime azioni del tatmadaw violano il diritto umanitario internazionale, il tutto nella totale indifferenza della comunità e dei media stranieri. Brad Adams, direttore del desk Asia di Human rights watch (Hrw), ha dichiarato che “I civili shan vivono sotto la minaccia costante di essere colpiti da piogge di bombe e di dover abbandonare le loro case in fiamme”. L’organizzazione umanitaria ha espresso preoccupazione per le 2mila persone che abitano vicino alle basi dei ribelli Shan a Loi Taileng, la zona bombardata in questo periodo, e riporta che tra i 200 e i 500 profughi sono già arrivati in Thailandia attraverso i distretti di Fang e Chiang Dao. Ma il loro destino è assai incerto: Bangkok non riconosce agli shan lo status di rifugiati, rifiuta di allestire campi di accoglienza e di offrire loro ogni genere di assistenza.
  Stato shan
Il no di Bangkok ai profughi. Il 18 maggio scorso un comandante dell’esercito tailandese ha emesso un ordine per rinviare in Birmania 500 rifugiati, tra i quali 200 orfani, entro la fine dello stesso mese. L’ultimatum è scaduto e diversi shan sono già stati rimpatriati. Lo rende noto il quotidiano Irrawaddy, fondato da esuli birmani a Chang Mai, nel nord della Thailandia. Ma la politica di Bangkok contro l’immigrazione clandestina ha adottato anche altre misure disumane: le autorità locali hanno impedito alle organizzazioni umanitarie di distribuire cibo ai profughi. “Alla fine alcuni di loro hanno accettato di andarsene poiché non avevano niente da mangiare”, commenta con rammarico un operatore dello Shan youth network group, un’Ong che fornisce razioni alimentari agli shan da cinque anni. Brad Adams insiste: “Il governo tailandese continua a non riconoscere lo status di rifugiati agli shan anche se fuggono da combattimenti e abusi e i rischi che corrono nel loro Paese sono evidenti. Così facendo, viola il diritto internazionale e chiude gli occhi di fronte a un problema che sta alle sue porte”.
  Cartina
Sfruttamento e traffici di esseri umani. Per chi riesce a restare in territorio tailandese i problemi sono comunque enormi. La maggior parte dei migranti provenienti dal Myanmar – denuncia Amnesty International – finiscono col fare lavori sottopagati e in condizioni pericolose per la salute. Gli shan, ad esempio, sono impiegati come operai, muratori e domestici, mentre donne e giovanissime possono essere vittime di traffici di esseri umani e costrette a prostituirsi. Secondo Amnesty, qui i birmani sono all’ultimo gradino della scala sociale e occupano posti di lavoro che i tailandesi ormai rifiutano. Un migrante ha detto all’organizzazione umanitaria: “I tailandesi ci considerano spazzatura, non capiscono che aiutiamo l’economia del Paese”.
 
La guerra continua. Intanto nell’ex Birmania il conflitto si inasprisce. Un vecchio gruppo ribelle, lo Shan state national army, ha rotto il cessate il fuoco firmato nel 1995 con l’esercito governativo e si è alleato con l’Ssa, il movimento separatista shan tuttora attivo. Un segno che la situazione nell’ex Birmania è incandescente, soprattutto dopo gli attentati di maggio a Yangon e Mandalay (nel nord) che hanno causato la morte di almeno una ventina di persone. Finora 17 gruppi separatisti avevano firmato la pace con la giunta e nessuno di loro aveva pensato di tornare alle armi.  
 
 
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martedì, 14 giugno 2005
Stragi, stupri, torture:
l'orrore in Birmania

Nell'indifferenza del mondo, in Asia si sta verificando un genocidio: quello degli Shan, etnia perseguitata dal governo di Rangoon


di Francesca Lancini



Da settimane le bombe cadono sui loro villaggi. I soldati governativi hanno dato fuoco alle loro case e stuprato donne e ragazzine. Per gli Shan, una delle tante minoranze perseguitate dalla giunta che governa il Myanmar (l'ex Birmania), non c'è scampo: l'unica via di sopravvivenza è la fuga. Nella giungla, sulle colline e per chi ce la fa oltre il confine con la Thailandia. Da queste parti giornalisti e osservatori stranieri non sono ammessi e non è possibile sapere se e quanti civili siano caduti nel conflitto dimenticato e decennale fra l'esercito di Yangon (Rangoon) e la guerriglia separatista dello Shan state army (Ssa). Certo, questa volta, le truppe governative del tatmadaw e dell'alleato United Wa state army (Uwsa) non hanno risparmiato nessuno: circa 100mila soldati a partire dal marzo scorso hanno ucciso, torturato, stuprato e sfollato decine, forse centinaia, di shan.

La "road map verso la democrazia" annunciata dal governo del Myanmar (ex Birmania) nell'agosto 2003 sembra sempre più inattuabile. Le ultime azioni del tatmadaw violano il diritto umanitario internazionale, il tutto nella totale indifferenza della comunità e dei media stranieri. Brad Adams, direttore del desk Asia di Human rights watch (Hrw), ha dichiarato. "I civili shan vivono sotto la minaccia costante di essere colpiti da piogge di bombe e di dover abbandonare le loro case in fiamme". L'organizzazione umanitaria ha espresso preoccupazione per le 2mila persone che abitano vicino alle basi dei ribelli Shan a Loi Taileng, la zona bombardata in questo periodo, e riporta che tra i 200 e i 500 profughi sono già arrivati in Thailandia attraverso i distretti di Fang e Chiang Dao. Ma il loro destino è assai incerto: Bangkok non riconosce agli shan lo status di rifugiati, rifiuta di allestire campi di accoglienza e di offrire loro ogni genere di assistenza.

Il 18 maggio scorso un comandante dell'esercito tailandese ha emesso un ordine per rinviare in Birmania 500 rifugiati, tra i quali 200 orfani, entro la fine dello stesso mese. L'ultimatum è scaduto e diversi shan sono già stati rimpatriati. Lo rende noto il quotidiano Irrawaddy, fondato da esuli birmani a Chang Mai, nel nord della Thailandia. Ma la politica di Bangkok contro l'immigrazione clandestina ha adottato anche altre misure disumane: le autorità locali hanno impedito alle organizzazioni umanitarie di distribuire cibo ai profughi. "Alla fine alcuni di loro hanno accettato di andarsene poiché non avevano niente da mangiare", commenta con rammarico un operatore dello Shan youth network group, un'Ong che fornisce razioni alimentari agli shan da cinque anni. Brad Adams insiste: "Il governo tailandese continua a non riconoscere lo status di rifugiati agli shan anche se fuggono da combattimenti e abusi e i rischi che corrono nel loro Paese sono evidenti. Così facendo, viola il diitto internazionale e chiude gli occhi di fronte a un problema che sta alle sue porte".

Per chi riesce a restare in territorio tailandese i problemi sono comunque enormi. La maggior parte dei migranti provenienti dal Myanmar - denuncia Amnesty International - finiscono col fare lavori sottopagati e in condizioni pericolose per la salute. Gli shan, ad esempio, sono impiegati come operai, muratori e domestici, mentre donne e giovanissime possono essere vittime di traffici di esseri umani e costrette a prostituirsi. Secondo Amnesty, qui i birmani sono all'ultimo gradino della scala sociale e occupano posti di lavoro che i tailandesi ormai rifiutano. Un migrante ha detto all'organizzazione umanitaria: "I tailandesi ci considerano spazzatura, non capiscono che aiutiamo l'economia del Paese".

Intanto nell'ex Birmania il conflitto si inasprisce. Un vecchio gruppo ribelle, lo Shan state national army, ha rotto il cessate il fuoco firmato nel 1995 con l'esercito governativo e si è alleato con l'Ssa, il movimento separatista shan tuttora attivo. Un segno che la situazione nell'ex Birmania è incandescente, soprattutto dopo gli attentati di maggio a Yangon e Mandalay (nel nord) che hanno causato la morte di almeno una ventina di persone. Finora 17 gruppi separatisti avevano firmato la pace con la giunta e nessuno di loro aveva pensato di tornare alle armi.

Copyright L'espresso - Peace Reporter

Siti:
www.hrw.org
www.amnesty.org
www.irrawaddy.org

Myanmar (ex Birmania): ex premier sotto inchiesta
 
 
 YANGON - Il governo militare del Myanmar (ex Birmania) ha posto sotto accusa l'ex primo ministro e capo dell'intelligence militare Khin Nyunt. Lo hanno reso noto fonti della Corte Suprema.

Khin Nyunt, rimosso dalla carica lo scorso ottobre per ragioni rimaste segrete, non era presente quando la Corte ha formulato le accuse contro di lui. In Aprile 38 ex stretti collaboratori, tra cui numerosi membri dell'apparato di intelligence guidato da Nyunt e il suo figliastro Tin Htu, sono stati arrestati con l'accusa di corruzione e altri reati economici.

Anche i due figli dell'ex premier sono stati convocati a maggio dall'alta corte di sicurezza nella prigione di Insein per rispondere alle accuse di importazione illegale e possesso illegale di valuta straniera. Khin Nyunt non è stato visto in pubblico da quando è stato rimosso dalla carica e alcune fonti - smentite dal ministro dell'informazione Kyaw Hsan - dicono che sia stato trasferito dalla sua casa alla prigione di Insein lo scorso giovedì.

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giovedì, 19 maggio 2005
Appello radicale, la Birmania non è degna di presiedere l’Asea
di Elisa Borghi

“Le nazioni asiatiche non devono permettere che la Birmania presieda la riunione dell’Asea (associazione delle nazioni del Sud Est asiatico) nel 2006”. Il Partito radicale transnazionale ha rivolto ieri questo appello ai primi ministri di Indonesia, Malesia, Filippine e Tailandia, che nel 2002 a Varsavia si sono impegnati a rispettare i diritti umani e a promuovere la democrazia. L’appello, firmato da “Democracy coalition project” e “Freedom house”, argomenta che “dare la presidenza dell’Asean alla Birmania sarebbe un riconoscimento immeritato per un governo che ha ripetutamente fallito nel mantenere le promesse fatte all’Asean stessa e non ha aperto il suo sistema politico”. E la proposta radicale non è un caso isolato, riflette piuttosto la preoccupazione crescente in tutto il mondo per il profondo deterioramento della democrazia e dei diritti umani che avviene in Birmania “da quando una giunta militare ha sovvertito il processo democratico”, spiega Sergio Stanzani, presidente del Prt. L’appello pone l’accento anche sulla prolungata detenzione di Aung San Suu Kyi, leader della Lega nazionale per la democrazia e premio Nobel per la pace, e si rivolge alla Comunità delle Democrazie che già nel 2003 aveva condannato i violenti attacchi del governo contro Kyi ed altri leader politici ed aveva chiesto il loro rilascio ed un rapido ritorno al rispetto del diritti umani fondamentali. “Anni di dialogo costruttivo con la Birmania non hanno portato a una distensione della politica del paese”, sottolinea Ted Piccone, direttore esecutivo di “Democracy coalition project”: “è tempo che i membri della Comunità delle Democrazie rispondano all’appello di Kyi: per favore usate la vostra libertà per promuovere la nostra”.
 
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venerdì, 06 maggio 2005

Myammar: potere troppo chiuso verso democrazia
06/05/2005

La Boniver lo ha detto a Kyoto durante incontri bilaterali (ANSA)- KYOTO,6 MAG - 'La giunta militare al potere in Myammar (ex Birmania) ha scelto la strada della chiusura alla democrazia', ha detto Margherita Boniver. 'Ci si chiede come potra' esercitare il prossimo anno il ruolo di presidente di turno dell' Asean' (Associazione di 10 paesi del Sudest asiatico), ha aggiunto il sottosegretario agli Esteri, durante alcuni incontri bilaterali, a margine della riunione ministeriale Asem ( tra 13 paesi asiatici, i 25 paesi dell' Ue e Commissione Ue).

www.virgilio.it

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