giovedì, 13 gennaio 2005
 

Il Riformista in questi giorni ci ha riportato le linee del dibattito che su alcuni giornali statunitensi (NY Times in primis) ha preso corpo relativamente all'opportunità o meno di rimandare le elezioni in Iraq.
Il pericolo che si intenderebbe sventare con questa difficile decisione è quello di vedere un trionfo schiacciante della "lista unica sciita" creata grazie alla regia dell'ayatollah Sistani e che include il partito del premier Allawi, quello di Chalabi, gli islamici di Al Da'wa e il filo iraniano Sciri. I timori paiono assai giustificati, non solo per il lungo periodo di un Iraq a guida sciita potenzialmente filo-iraniano, ma anche per le reazioni immediate che potrebbe avere la minoranza arabo-sunnita, che rappresenta circa il 18% della attuale popolazione iraqena. Una minoranza che fino alla caduta di Saddam, ma già da prima della presa del potere da parte del raìs, ha di fatto rappresentato una minoranza dominante, ma che adesso si potrebbe trovare nella scomoda posizione di diventare una minoranza "dominata". Proprio su questo la strategia terroristica ha violentemente giocato le sue ultime carte.

Tuttavia proprio dai sunniti è arrivata nei giorni scorsi una duplice proposta rivolta agli americani e al governo di transizione: rinviare le elezioni e rivedere il sistema elettorale, cambiandolo da proporzionale su base nazionale a proporzionale su base provinciale. In questo modo la preponderanza sciita e la compattezza del listone di Allawi potrebbero essere compensati dalla presenza locale di partiti e liste di vario tipo.
Ve ne sono ben 109 che si stanno preparando al voto e vanno dai comunisti dell'Unione Popolare, guidata da Hamid Magid Musa, ai cristiani dell'Alleanza democratica della Mesopotamia; dal partito della Vendetta di Allah, organizzato a Bassora dai parenti delle vittime del regime di Saddam, al Fronte dei turcomanni iracheni, che mirano a dare rilievo alla terza nazionalità del paese dopo arabi e curdi. Proprio i curdi paiono invece intenzionati a mantenere salda la propria autonomia nel nord del paese e non vedrebbero di buon occhio una larga vittoria sciita.
Ma di motivi per guardare con sospetto al listone sciita ve ne sono diversi a partire dal fatto che proprio il partito Da'wa e lo Sciri, pur mantenendo stretti collegamenti con il Grande Ayatollah, rappresentano dei diretti concorrenti al ruolo di guida degli sciiti; lo stesso vale per Muqtada al- Sadr, che ha un grande seguito nei distretti sciiti di Baghdad.
In quest'ottica e ancor prima per evitare le nefaste conseguenze di elezioni "affrettate" (così come accadde ad esempio in Angola nel 1992
), potrebbe assumere una nuova e ancor maggiore rilevanza la proposta lanciata a Dicembre da Thomas Friedman sul NY Times e rilanciata anche da Oscar Giannino sul Riformista e di cui riporto le parole: "Fosse anche solo per un atto simbolico volto a sottolineare il significato epocale del voto iracheno, perchè non chiedere a tutti i paesi dell'Unione Europea, a tutti i paesi della Nato - comunque abbiano giudicato Iraqi Freedom - di mandare anche solo cento uomini a testa e anche solo per un mese, giusto per garantire che alle urne gli iracheni si possano recare senza tema? Che cosa esistono a fare queste grandi federazioni e alleanze, se non riconoscono neppure che per la prima volta nella storia del travagliato scacchiere mediorientale* un popolo intero prende in mano finalmente in modo democratico il terribile compito di venire a capo del proprio equilibrio di governo, complicato da una terribile eredità di frazionamento etnico e confessionale?"

Oggi forse questo appello potrebbe assumere, dicevo, una rilevanza nuova, perchè potrebbe rappresentare l'escamotage per poter rinviare le elezioni per un periodo limitato - si parla di tre mesi - nel quale cercare di rivedere il sistema elettorale, senza scatenare le ire degli sciiti e senza dare l'impressione di aver ceduto alla violenza terrorista. Allo stesso tempo si darebbe un segnale forte in tutta la zona dell'interesse, non solo anglo-americano, a che la "definitiva" e tanto auspicata transizione avvenga nel miglior modo possibile.

INOZ

* Palestina a parte, dato che credo si tratti di un caso a sè ndInoz

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lunedì, 29 novembre 2004
Una tremenda storia di un transessuale che sentendosi femmina decise di passare all'altro sesso. Dopo tante fatiche torna in patria e i parenti vogliono indietro l'eredità che percepì dal madre: in quanto donna la somma che ricevette non gli sarebbe spettata. I legali e i teologi sembrano però dar ragione all'ereditiera.

Alle prossime elezioni irachene previste per la fine di gennario, a quanto pare, Saddam Hussein potrà votare, ma non per sè stesso. aa

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martedì, 19 ottobre 2004

Si stringe l'assedio su Falluja. L'obiettivo principale è Abu Musab Al Zarkawi ed i guerriglieri a lui fedeli. Zarkawi il tagliatore di teste che alcuni hanno chiamato il piccolo Osama, anche se negli ultimi mesi il suo nome è ricorso sui media assai più spesso di quello dello sceicco del terrore. Tuttavia i legami che intercorrono tra al Tawid al Jihad - l'organizzazione di Zarkawi - e Al Quaeda non sono mai stati molto chiari.
Molti esperti sono fermi nel dire che non ci sono prove concrete di un rapporto diretto tra i due gruppi. In realtà ci sarebbe la lettera recuperata dall'esercito statunitense nel febbraio di quest'anno - che da una base di Al Tawid avrebbe dovuto raggiungere il covo dei capi di Al Quaeda e nella quale Al Zarkawi illustra la sua linea di condotta nel combattere il "nemico" e chiede rinforzi per proseguire la propria battaglia - ma la cui autenticità è stata contestata da alcuni esperti. Inoltre l'esercito statunitense non ha mai voluto chiarire - probabilmente per cautela - il modo in cui è venuto in possesso di tale lettera.
Resta il fatto che ancora oggi nei servizi giornalistici spesso Zarkawi viene definito "il referente di Al Quaeda in Iraq".
Ieri la notizia di un nuovo appello di Zarkawi a Bin Laden - stavolta via Internet - pare ridefinire la storia dei loro rapporti recenti. Nel messaggio apparso in Rete si dice infatti che i contatti fra i due gruppi terroristici sono durati 8 mesi e poi si sono interrotti, per riprendere definitivamente - almeno per ora - nel momento in cui "i fratelli (di Al Quaeda) hanno capito la stategia di Al Tawid in Iraq". Alcuni sostengono che tale messaggio suoni come una estrema richiesta d'aiuto nel momento in cui Zarkawi si sente braccato ed in serio pericolo, altri credono si tratti della richiesta di benedizione della "linea dura" seguita in Iraq dal terrorista giordano e dai suoi fedeli. In realtà le due interpretazioni sono sovrapponibili e fanno sperare che lo stesso Zarkawi inizi a temere che la fine della sua "carriera" sia ormai vicina.
Ma quale è stata con precisione la sua carriera? Come per molti terroristi le notizie principali su tale personaggio sono avvolte dal mistero. La data e il luogo di nascita, così come il suo vero nome, sono sconosciuti. Il nome Zarqawi starebbe a significare la sua origine giordana - dalla città di Zarqa - probabilmente di discendenza palestinese. Tra i suoi soprannomi conosciuti ci sono Fadel Nazzal al-Khalayleh, Fadil al-Khalaylah, Ahmad Fadil Al-Khalailah and just Habib e il ricorrere delle varianti del nome Fad'l farebbe pensare che esso faccia parte del suo vero nome.
Le prime notizie che si hanno di lui lo danno in Afghanistan alla fine degli anni '80, per unirsi ai guerriglieri che combattevano l'esercito sovietico; ed è in tale circostanza che incontra certamente il terrorista pakistano Abdel Basif, meglio conosciuto come Yamzi Yousef - attualmente detenuto negli Stati Uniti per il primo attentato alle Torri Gemelle - e molto probabilmente conosce anche lo sceicco Bin Laden, il grande capo delle operazioni e dei campi di addestramento per i nuovi mujahideen.
Alla fine della guerra Zarkawi torna a "casa". Ma la Giordania - così come altri stati del Medio Oriente - considerava il ritorno in patria dei mujahideen che avevano combattuto in Afghanistan come una minaccia per la stabilità del paese e per sicurezza decise di provvedere ad una serie di numerosi arresti fra i sospettati di essere ex-combattenti mujahideen. Tra gli incercerati vi fu anche Abu Musab Al Zarquawi, che era tornato in "patria" nei primi anni '90. Uscito di galera il suo obiettivo divenne quello di colpire proprio la Giordania, ma fu tempestivamente espulso dal paese e condannato a morte in contumacia.
Dopo alcuni spostamenti, probabilmente tra Europa e Medio Oriente, Abu Musab trovò la sua base in una zona di confine tra Iran e Afghanistan nella quale iniziò ad organizzare ed addestrare un proprio gruppo autonomo. Ma con l'invasione alleata dell'Afghanistan il nostro fu costretto a ripiegare in Iran, dove trovò la copertura necessaria ad attendere tempi migliori e nuovi contatti, che presto arrivarono.
E' infatti il 2002 quando Zarqawi, secondo la ricostruzione data dalle autorità statunitensi, stringe accordi fra il proprio nuovo gruppo e quello di Ansar al-Islam, che ha la sua zona d'azione nel Kurdistan iraqeno. Si tratta di un'organizzazione radicale, fondata dal mullah Krekar - arrestato ad oslo nel Gennaio di quest'anno - vicina ideologicamente al wahabismo proveniente dall'Arabia Saudita, che fin dall'inizio della propria esistenza - iniziata nel 2001 col nome di Jund al-Islam - ha avuto duri scontri con il PUK - l'Unione Patriottica del Kurdistan - per il controllo delle zone della provincia del Sulaimaniya, al confine con l'Iran. Proprio nel febbraio di quest'anno Ansar al-Islam è stata ritenuta responsabile dell'attentao avvenuto ad Erbil, città del nord dell’Iraq situata a 350 chilometri da Baghdad e sede del Parlamento curdo. Più di un centinaiosono state le vittime del duplice attentato suicida. Due kamikaze si sono fatti esplodere presso la sede dei due principali partiti curdi mentre si celebrava la festività islamica - l’ultimo giorno del pellegrinaggio a La Mecca - uno nei locali dell’Unione Patriottica del Kurdistan (l’Upk di Jalal Talabani) e l’altro nella sede del Partito Democratico del Kurdistan (il Pdk di Massoud Barzani). Tremendo il bilancio dell’atto terroristico: 71 morti. Fra le vittime anche grossi esponenti politici, come Akram Mintik, vice governatore della provincia. In pratica, i vertici locali di Pdk e Upk sono stati decapitati in un colpo solo.
La caratteristica più particolare di tale organizzazione riguarda però i suoi componenti e gli appoggi su cui essa può o ha potuto contare. Secondo un rapporto di Human Rights Watch, che ha condotto indagini e interviste nella zona, tra i membri di tale organizzazione ci sono molti ex-guerriglieri dell'Afghanistan - da qui il possibile link, anche se non verificato, con Al Quaeda - e personaggi vicini al regime talebano, fuggiti dopo l'invasione alleata, non solo, ma secondo la testimonianza di alcuni abitanti dei villaggi della zona intervistati da HRW, anche agenti iraniani avrebbero partecipato ad alcune azioni del gruppo. Pare inoltre plausibile ritenere che Ansar al-Islam abbia avuto protezione e copertura proprio dall'Iran, considerata anche la posizione geografica della sfera d'azione dell'organizzazione. In altre parole Ansar al-Islam rappresenterebbe un particolare caso di collaborazione tra sunniti d'ispirazione wahabita e sciiti iraniani, con eventuali contatti con la principale rete del terrorismo internazionale facente capo allo sceicco del terrore. Si tratta ovviamente di un crogiuolo in cui è difficile stabilire con esattezza i rispettivi ruoli e gli effettivi contatti, ma che pare sintomatico di come di fronte al nemico comune si siano strette relazioni altrimenti piuttosto improbabili.
L'uomo che da questo coacervo di differenze religiose ed etniche sarebbe emerso grazie alla propria spietata violenza e alla sua spregiudicatezza è proprio Abu Musab Al Zarkawi, il tagliatore di teste.

LINK UTILI
http://www.hrw.org/backgrounder/mena/ansarbk020503.htm
http://www.repubblica.it/2004/a/sezioni/esteri/iraq13/mullah/mullah.html
http://www.unionesarda.it/UNIONE/2004/NZ0402/ESTE/FAT01/T02A.html
















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lunedì, 18 ottobre 2004

***IN EVIDENZA***

La lezione ignorata del rapporto Duelfer
Il rapporto indipendente sulle armi di distruzione di massa irachene presentato da Charles A. Duelfer, e frutto del lavoro di più di mille ispettori americani, dimostra il fallimento delle politiche di containment tentate dalla comunità internazionale, soprattutto per mezzo dell'attuazione di un regime di sanzioni, nei confronti del regime di Saddam Hussein.
Al momento dell'attacco anglo-americano nel 2003 non c'erano in Iraq armi di distruzione di massa in quantità «militarmente rilevanti», ma laboratori per veleni e armi chimiche da usare per assassinii segreti...
[6 ottobre]

... Tuttavia, nel momento in cui è stato deposto, Saddam stava vincendo la sua guerra di logoramento contro le sanzioni dell'Onu. E' il rapporto Duelfer a spiegare come molti funzionari e politici francesi avessero interesse a che Saddam rimanesse al potere: «Intascavano mazzette sul programma dell'Onu oil-for-food». I documenti riportati da Duelfer parlano chiaro: «Favori economici a importanti diplomatici e personalità francesi che hanno accesso ai leader chiave». Lo stesso Tarek Aziz rivela come entrambe le parti sapessero bene che i favori andavano ricompensati con sforzi per la fine delle sanzioni, o l'opposizione alle iniziative americane in Consiglio di Sicurezza»...
[William Safire, New York Times, 13 ottobre]

... E' il rapporto Duelfer a spiegare come per il dittatore iracheno le armi di distruzione di massa fossero vitali e come tutta la sua politica fosse finalizzata ad esse. E' il rapporto ad affermare che la strategia di Saddam mirava ad ottenere la fine delle sanzioni per poter riprendere a sviluppare i suoi programmi. Questo sapersi muovere in una lunga prospettiva di Saddam, l'occidente lo ignorava. Saddam aveva conservato le conoscenze base per la produzione delle armi di distruzione di massa; delegittimava le sanzioni con la propaganda del disastro umanitario di cui dovevano essere responsabili per dividere la comunità internazionale e ottenere la fine dell'embargo; aggirava e indeboliva il regime di sanzioni corrompendo funzionari dell'Onu, francesi, russi, cinesi, e stabiliva traffici illeciti di armi e materiali con Ucraina, Corea del Nord, Siria e altre nazioni in vista della ricostruzione del suo arsenale. Tutto questo - afferma sempre il rapporto Duelfer - stava funzionando. Francia, Russia, Cina e altre nazioni spingevano da tempo per la fine delle sanzioni e Saddam - questo ce lo ricordiamo tutti e lo scrive esplicitamente Duelfer - era «palesemente vicino» ad ottenerla, questione di mesi. E si stava preparando all'evento: dal 1996 - è documentato - per l'atomica aveva aumentato i contatti con scienziati dell'est europeo e moltiplicato i budget militari, aveva portato da 40 a 3.200 il numero dei progetti di ricerca, cominciavano ad affluire nel Paese armi e prodotti proibiti.
[David Brooks, New York Times, 9 ottobre]

***ALTRI AGGIORNAMENTI***

La battaglia per Fallujah
La città di Fallujah è ritenuta essere il quartier generale del terrorista giordano affiliato ad Al Qaeda Al Zarqawi ed è divenuta il simbolo della "resistenza" del vecchio regime alla trasformazione dell'Iraq in una stabile democrazia. «E fin quando - sostiene nel suo articolo James Phillips - rimane un santuario di terroristi stranieri e insorgenti iracheni, non sarà possibile stabilizzare il resto del Paese». Mentre scrivo, la battaglia per Fallujah è entrata nel suo pieno svolgimento.
[Heritage Foundation, 15 ottobre]

Le prospettive per la pace, la ricostruzione e le elezioni di gennaio
Giovedì scorso ha avuto luogo su questi temi un seminario organizzato dalla Brookings Institution, a cui hanno preso parte due dei maggiori analisti di politica estera di area clintoniana e due degli esponenti dell'Autorità provvisoria guidata da Paul Bremer rientrati recentemente da Baghdad. Come gli Stati Uniti possono assicurare elezioni libere e il successo della ricostruzione? C'è accordo sul fatto che le elezioni previste a gennaio dovrebbero essere rinviate vista la situazione della sicurezza nel Paese. Per Kenneth M. Pollack una partecipazione parziale alle elezioni concederebbe maggiore spazio agli estremisti e romperebbe gli equilibri. Il numero di iracheni coinvolti nella resistenza è aumentato di quattro volte nell'ultimo anno. «La nostra presenza è necessaria, ma è anche parte del problema», ha indicato Michael O'Hanlon. Peter Khalil ha sottolineato l'importanza dell'addestramento di truppe irachene per fronteggiare gli insorti. Violenza e instabilità hanno cattivi effetti sul morale dei cittadini e sulla credibilità del governo ad interim. Ma guadagnare il sostegno degli iracheni non è tanto un problema di conquistare «cuori e menti», quanto di riempire «stomaci e tasche».
[Brookings Institution, 14 ottobre]

Il macabro primato di Saddam
Una nuova macabra scoperta nel nord dell'Iraq. Una fossa comune con i corpi di centinaia di curdi - uomini, donne e bambini - è stata rinvenuta ad Hatra, vicino l'antica città di Nineveh. Si pensa però che faccia parte di una serie di buche contenenti in realtà migliaia di corpi. Qualcosa che non ha paragoni con quanto avvenuto nei Balcani e che all'epoca scosse le opinioni pubbliche europee. Infatti, se fossero confermate le cifre contenute nel rapporto di Usaid "Iraq's Legacy of Terror: Mass Graves" - ma dichiarate anche da Amnesty International e Human Rights Watch (270 fosse comuni in cui sono sepolti tra i 300 e i 400 mila esseri umani) - Saddam Hussein si situerebbe al quarto posto nella classifica dei grandi genocidi del '900, dopo il Ruanda, Pol Pot e l'Olocausto.
[14 ottobre]

La comunità internazionale sostenga la ricostruzione
Nuovo invito rivolto alla comunità internazionale da parte del sottosegretario di Stato Richard Armitage per sostenere la ricostruzione irachena con rapidi e generosi contributi, in particolare per l'approvvigionamento di acqua e di elettricità. «Sono grandi i bisogni degli iracheni, e alti i costi umani del non soddisfarli. Invito che Armitage ha rivolto ai paesi donatori riuniti il 13 ottobre a Tokyo.
[Dipartimento di Stato Usa, 13 ottobre]

L'Iraq sulle orme dell'Afghanistan
Il segretario di Stato Colin Powell, nel rallegrarsi per lo svolgimento delle prime elezioni in Afghanistan, si è detto convinto che presto gli iracheni potranno seguirne l'esempio.
[Dipartimento di Stato Usa, 12 ottobre]

Le sanzioni contro Saddam hanno fallito
Anche se l'ultimo rapporto ha dimostrato l'assenza di armi di distruzione di massa in Iraq, il segretario di Stato Colin Powell ha ribadito che Saddam Hussein manteneva le capacità e l'intenzione di fabbricarle, sottolineando come al momento dell'invasione il regime di sanzioni imposte dall'Onu stesse fallendo e Saddam avesse già le mani libere.
[Dipartimento di Stato Usa, 8 ottobre]

Le ultime cifre della ricostruzione
Il responabile dell'Ufficio per la ricostruzione irachena William Taylor assicura che i lavori di ricostruzione stanno procedendo con urgenza per dimostrare agli iracheni che al momento del voto, nel gennaio 2005, le loro vite saranno migliori. Purtroppo, ha aggiunto, l'insicurezza che regna nel paese rallenta i lavori. Sono in costruzione 28 depuratori, 5 terminati; in costruzione anche 13 reti di fognature e 72 strutture sanitarie, mentre altre 73 sono state completate; 3.100 scuole sono state riaperte; sono stati addestrati ed equipaggiati 39 mila poliziotti, 14 mila guardie di frontiera, tre battaglioni regolari dell'esercito, 8 battaglioni della Guardia Nazionale; sono in costruzione 62 postazioni di frontiera, 9 stazioni di vigili del fuoco, 37 centraline elettriche, 9 basi militari.
[Dipartimento di Stato Usa, 7 ottobre]

Topi nella ricostruzione
Un rapporto del Csis rivela un'altra grave falla dell'amministrazione Bush nella gestione della ricostruzione irachena. Il 73 per cento dei 18 miliardi di dollari destinati ai programmi di ricostruzione non ha mai raggiunto la società irachena, speso in sicurezza e salari, perso in frodi e cattiva gestione. Solo il 27 per cento è stato investito nell'economia irachena.
[Csis, 7 ottobre]

L'utilizzo dei fondi
E' stato presentato al Congresso il rapporto di ottobre sull'utilizzo dei fondi stanziati per la ricostruzione irachena.
[Dipartimento di Stato Usa, 5 ottobre]

La democrazia passa anche per le donne irachene
Il Dipartimento di Stato stanzierà 10 milioni di dollari per progetti mirati alla partecipazione delle donne irachene nel processo politico che porterà alle elezioni del 5 gennaio. Diverse Ong si occuperanno di istruire le donne irachene nelle normali pratiche della vita democratica.
[Dipartimento di Stato Usa, 27 settembre]

*RAPPORTI*

Un anno di USAID in Iraq
USAID

La legge del terrore. Le fosse comuni
USAID

Iraq's Post-Conflict Reconstruction, A Field Review
Csis

Diritti umani in Iraq 2003
Dipartimento di Stato Usa

*RISORSE*

I primi bilanci di tre istituti d'analisi americani
RadioRadicale.it

La pagina speciale del Council on Foreign Relations
Council on Foreign Relations

Iraq Index. La ricostruzione in cifre aggiornate settimanalmente
Brookings Institution

La pagina speciale della Casa Bianca
White House


































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martedì, 28 settembre 2004
" Each of us was raped by between three and six men. … One woman refused to have sex with them, so they split her head into pieces with an axe in front of us."

This happened in Darfur, from which Sudanese military personnel actually airlifted women to Khartoum to serve as sex slaves.

Meanwhile, Indira Dzetskelova, the mother of one of the child hostages in Beslan, Russia, reports that "several 15-year-old girls were raped by terrorists." Her daughter "heard their terrible cries and screams when those monsters took them away."
postato da: 2twins alle ore 10:26 | Permalink | commenti
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