Disarmo completato
Resta comunque il fatto che la valenza simbolica del passo compiuto mercoledì scorso sia enorme: al termine del programma di disarmo, i leader del LURD (Liberians United for Reconciliation and Democracy) e del MODEL (Movement for Democracy in Liberia) hanno potuto ringraziare i loro uomini per i servigi resi in questi anni e sciogliere ufficialmente i due gruppi. Lo stesso ha fatto, in rappresentanza delle milizie sostenitrici dell'ex-presidente Charles Taylor, Lewis Brown, già Ministro degli Esteri del passato governo.
I tre leader si sono trovati d'accordo nel ritenere quella attuale un'enorme opportunità per la Liberia, che ha la possibilità di lasciarsi dietro i fantsmi del passato. Ma non sono poche le incognite che ancora ostacolano il cammino verso una riconciliazione stabile e duratura. In primis, lo stesso processo di disarmo, cardine del processo di transizione, che si è concluso tra mille dubbi e dati poco chiari.
Secondo le cifre fornite dall'UNMIL (la missione ONU nel paese) ben 95.000 guerriglieri avrebbero accettato il programma di disarmo, ma le armi raccolte ammonterebbero solamente a 26.000, poco meno di un'arma ogni quattro guerriglieri. Perché questa disparità nei dati? Alcuni ipotizzano, probabilmente a ragione, che una parte dei "disarmati" sia in realtà composta da civili, che si sarebbero spacciati per ex-combattenti solamente per ricevere l'indennizzo di 300 dollari a persona stanziato dall'UNMIL.
Ma c'è anche un altro possibile scenario, decisamente più inquietante: si teme che ingenti quantitativi di armi abbiano preso il volo verso la Guinea, la Sierra Leone e la Costa d'Avorio, per essere usate in quei paesi oppure per essere nascoste e riutilizzate, nel caso in Liberia scoppiassero nuovi disordini. Ciò vorrebbe dire che LURD e MODEL si sarebbero riservati l'opzione di una ripresa delle ostilità. Una possibilità confermata dalla recente scoperta di un ingente quantitativo di armi nascoste nell'abitazione di Philip Kamara, uno degli ex-comandanti del LURD.
Nelle prossime settimane il programma di disarmo proseguirà nelle regioni settentrionali e sud-orientali del paese, impossibili da raggiungere in questi mesi per lo stato delle vie di comunicazione e per la stagione delle piogge. L'UNMIL ritiene che nelle suddette regioni, roccheforti dei due gruppi ribelli, vi siano ancora migliaia di guerriglieri non smobilitati. Diverso il discorso per il resto dal paese, dove il termine per la consegna delle armi è scaduto. Da mercoledì, chi sarà pescato in possesso di armi non dichiarate, finirà in carcere.
Le prospettive future
Ma non è solo il problema delle armi nascoste a preoccupare: la questione più grave è sicuramente il reinserimento nella società di 95.000 guerriglieri, che fino adesso come premio per aver aderito al programma di disarmo hanno ricevuto solamente 300 dollari (ma molti degli smobilitati si lamentano di non aver ricevuto neanche quelli). Mancano in sostanza programmi adeguati per il reinserimento di queste persone, tramite corsi scolastici e di avviamento professionale.
I programmi di reinserimento sbandierati dall'UNMIL alla partenza del programma sono infatti fermi, a causa della mancanza di fondi. Con queste prospettive, c'è il fondato rischio che molti guerriglieri preferiscano imbracciare nuovamente le armi per guadagnarsi quel credito e quelle risorse per vivere che non possono ottenere onestamente. Come ha detto lo stesso presidente della Commissione per il Disarmo Moses Jarbo, sarà questa la sfida fondamentale che le nuove istituzioni liberiane dovranno vincere.
Si profilano intanto le prossime elezioni parlamentari e presidenziali, che si dovrebbero tenere nel 2005. Secondo gli accordi di mercoledì, i gruppi ribelli avranno la possibilità di trasformarsi in partiti politici. Un'opzione che il LURD starebbe valutando, secondo quanto detto dal leader uscente Sekou Conneh, ma che non è presa neanche in considerazione dal capo del MODEL, Thomas Nymely-Yayi, secondo cui i partiti politici ed i candidati alla presidenza sono già abbastanza.
Gli scontri religiosi
In questo quadro già estremamente complesso si inseriscono gli scontri religiosi della scorsa settimana, che hanno fatto ripiombare Monrovia sotto il coprifuoco come ai tempi della guerra civile. I 18 morti e i 250 arresti hanno lasciato il segno, riaprendo ferite recenti e non ancora rimarginate. Senza contare che non sono pochi i dubbi che ancora circondano gli avvenimenti della scorsa settimana.
Gli scontri sono stati presentati come avvenuti tra musulmani e cristiani, visti anche i danni a chiese e moschee provocati dai manifestanti. Ma c'è chi ha ventilato l'ipotesi che ad organizzare il tutto siano stati uomini armati vicini all'ex-presidente Taylor, per destabilizzare la situazione e favorire un possibile ritorno dell'ex-presidente dal suo dorato esilio nigeriano. Una cosa è certa: senza una seria inchiesta da parte dell'UNMIL e della polizia locale non sarà possibile far luce su quanto accaduto la scorsa settimana.
Un anno da incorniciare
Tutti i problemi e le incognite che attendono la Liberia non possono comunque far passare in secondo piano gli obiettivi già raggiunti in questi 14 mesi al potere da parte del presidente Gyude Bryant. A parte gli scontri della scorsa settimana, il paese ha conosciuto il più lungo periodo di pace dal 1999, anno della sollevazione dei ribelli del LURD contro Taylor. Nonostante una disoccupazione che tocca l'80% della popolazione, anche a livello economico qualche passo in avanti c'è stato rispetto alla disastrosa situazione di un anno fa.
Non è certo facile ricostruire da zero una nazione devastata da 14 anni di scontri intestini. Bryant, assieme agli altri componenti delle istituzioni di transizione, lo sta facendo. Se la Liberia ha la possibilità di uscire dal tunnel, lo si deve soprattutto a lui.

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