domenica, 07 novembre 2004
Mercoledì scorso, in una solenne cerimonia nel palazzo presidenziale di Monrovia, i capi degli ex-gruppi ribelli e delle milizie vicine all'ex-presidente Charles Taylor hanno ufficialmente sciolto i rispettivi gruppi armati. La Liberia scrive così la parola "fine" su 14 anni di guerre e di violenze che hanno provocato qualcosa come 250.000 morti. Ma le incognite per la più antica repubblica africana sono tante: a cominciare dalle (poche) prospettive offerte agli ex-guerriglieri per il reinserimento nella società, per finire con i recenti scontri religiosi di Monrovia che gettano ombre sul futuro del paese.

Disarmo completato

Resta comunque il fatto che la valenza simbolica del passo compiuto mercoledì scorso sia enorme: al termine del programma di disarmo, i leader del LURD (Liberians United for Reconciliation and Democracy) e del MODEL (Movement for Democracy in Liberia) hanno potuto ringraziare i loro uomini per i servigi resi in questi anni e sciogliere ufficialmente i due gruppi. Lo stesso ha fatto, in rappresentanza delle milizie sostenitrici dell'ex-presidente Charles Taylor, Lewis Brown, già Ministro degli Esteri del passato governo.

I tre leader si sono trovati d'accordo nel ritenere quella attuale un'enorme opportunità per la Liberia, che ha la possibilità di lasciarsi dietro i fantsmi del passato. Ma non sono poche le incognite che ancora ostacolano il cammino verso una riconciliazione stabile e duratura. In primis, lo stesso processo di disarmo, cardine del processo di transizione, che si è concluso tra mille dubbi e dati poco chiari.

Secondo le cifre fornite dall'UNMIL (la missione ONU nel paese) ben 95.000 guerriglieri avrebbero accettato il programma di disarmo, ma le armi raccolte ammonterebbero solamente a 26.000, poco meno di un'arma ogni quattro guerriglieri. Perché questa disparità nei dati? Alcuni ipotizzano, probabilmente a ragione, che una parte dei "disarmati" sia in realtà composta da civili, che si sarebbero spacciati per ex-combattenti solamente per ricevere l'indennizzo di 300 dollari a persona stanziato dall'UNMIL.

Ma c'è anche un altro possibile scenario, decisamente più inquietante: si teme che ingenti quantitativi di armi abbiano preso il volo verso la Guinea, la Sierra Leone e la Costa d'Avorio, per essere usate in quei paesi oppure per essere nascoste e riutilizzate, nel caso in Liberia scoppiassero nuovi disordini. Ciò vorrebbe dire che LURD e MODEL si sarebbero riservati l'opzione di una ripresa delle ostilità. Una possibilità confermata dalla recente scoperta di un ingente quantitativo di armi nascoste nell'abitazione di Philip Kamara, uno degli ex-comandanti del LURD.

Nelle prossime settimane il programma di disarmo proseguirà nelle regioni settentrionali e sud-orientali del paese, impossibili da raggiungere in questi mesi per lo stato delle vie di comunicazione e per la stagione delle piogge. L'UNMIL ritiene che nelle suddette regioni, roccheforti dei due gruppi ribelli, vi siano ancora migliaia di guerriglieri non smobilitati. Diverso il discorso per il resto dal paese, dove il termine per la consegna delle armi è scaduto. Da mercoledì, chi sarà pescato in possesso di armi non dichiarate, finirà in carcere.

Le prospettive future

Ma non è solo il problema delle armi nascoste a preoccupare: la questione più grave è sicuramente il reinserimento nella società di 95.000 guerriglieri, che fino adesso come premio per aver aderito al programma di disarmo hanno ricevuto solamente 300 dollari (ma molti degli smobilitati si lamentano di non aver ricevuto neanche quelli). Mancano in sostanza programmi adeguati per il reinserimento di queste persone, tramite corsi scolastici e di avviamento professionale.

I programmi di reinserimento sbandierati dall'UNMIL alla partenza del programma sono infatti fermi, a causa della mancanza di fondi. Con queste prospettive, c'è il fondato rischio che molti guerriglieri preferiscano imbracciare nuovamente le armi per guadagnarsi quel credito e quelle risorse per vivere che non possono ottenere onestamente. Come ha detto lo stesso presidente della Commissione per il Disarmo Moses Jarbo, sarà questa la sfida fondamentale che le nuove istituzioni liberiane dovranno vincere.

Si profilano intanto le prossime elezioni parlamentari e presidenziali, che si dovrebbero tenere nel 2005. Secondo gli accordi di mercoledì, i gruppi ribelli avranno la possibilità di trasformarsi in partiti politici. Un'opzione che il LURD starebbe valutando, secondo quanto detto dal leader uscente Sekou Conneh, ma che non è presa neanche in considerazione dal capo del MODEL, Thomas Nymely-Yayi, secondo cui i partiti politici ed i candidati alla presidenza sono già abbastanza.

Gli scontri religiosi

In questo quadro già estremamente complesso si inseriscono gli scontri religiosi della scorsa settimana, che hanno fatto ripiombare Monrovia sotto il coprifuoco come ai tempi della guerra civile. I 18 morti e i 250 arresti hanno lasciato il segno, riaprendo ferite recenti e non ancora rimarginate. Senza contare che non sono pochi i dubbi che ancora circondano gli avvenimenti della scorsa settimana.

Gli scontri sono stati presentati come avvenuti tra musulmani e cristiani, visti anche i danni a chiese e moschee provocati dai manifestanti. Ma c'è chi ha ventilato l'ipotesi che ad organizzare il tutto siano stati uomini armati vicini all'ex-presidente Taylor, per destabilizzare la situazione e favorire un possibile ritorno dell'ex-presidente dal suo dorato esilio nigeriano. Una cosa è certa: senza una seria inchiesta da parte dell'UNMIL e della polizia locale non sarà possibile far luce su quanto accaduto la scorsa settimana.

Un anno da incorniciare

Tutti i problemi e le incognite che attendono la Liberia non possono comunque far passare in secondo piano gli obiettivi già raggiunti in questi 14 mesi al potere da parte del presidente Gyude Bryant. A parte gli scontri della scorsa settimana, il paese ha conosciuto il più lungo periodo di pace dal 1999, anno della sollevazione dei ribelli del LURD contro Taylor. Nonostante una disoccupazione che tocca l'80% della popolazione, anche a livello economico qualche passo in avanti c'è stato rispetto alla disastrosa situazione di un anno fa.

Non è certo facile ricostruire da zero una nazione devastata da 14 anni di scontri intestini. Bryant, assieme agli altri componenti delle istituzioni di transizione, lo sta facendo. Se la Liberia ha la possibilità di uscire dal tunnel, lo si deve soprattutto a lui.

Warnews

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domenica, 31 ottobre 2004

Una nuova ondata di violenze sta sconvolgendo Monrovia, la capitale della Liberia, dove è stato proclamato il coprifuoco diurno. Mentre è in atto la smilitarizzazione del paese e continuano i moti dei ribelli, il leader liberiano ad interim, Gyude Bryanth detto che i militari della "missione Onu hanno avuto istruzioni di usare qualsiasi mezzo per arrivare al controllo della situazione" - riporta Rainews. Colpi di arma da fuoco sono stati uditi questa mattina nella capitale, mentre gruppi di ribelli si organizzavano per la guerriglia. Alcune case sono state distrutte e "diverse persone sono rimaste ferite", ha specificato Mark Kroeker, il comandante della polizia delel Nazioni Unite in Liberia. Cinque chiese ed una moschea sono state incendiate in quella che sempre più appare come una drammatica esplosione di violenza religiosa.

Ma padre Mauro Armanino, superiore regionale della Società delle Missioni Africane (Sma) ha presentato una visione diversa. "La gente saccheggia i negozi perché ha fame: è questa la realtà dell''altra' Monrovia, diversa da quella delle statistiche e delle organizzazioni umanitarie" - dice alla Misna. "Questi scontri sono il volto di una città dove la gente è priva di acqua, elettricità, lavoro, casa, cibo e futuro: i salari sono buoni solo per i militari e i funzionari dell'Onu". Nei giorni scorsi il ministero della Giustizia ha congelato i fondi e i beni di due stretti collaboratori dell'ex-presidente Charles Taylor, fuggito nell'agosto del 2003 dal Paese e attualmente in esilio in Nigeria.

Il segretario generale dell'Onu Kofi Annan ha condannato i disordini di giovedì e di ieri nella capitale liberiana Monrovia che hanno provocato almeno cinque morti, chiedendo ai capi politici dell'Africa occidentale di aiutare la missione di pace dell'Onu presente nel Paese a riportare la calma. Annan, fa sapere il suo portavoce in un comunicato, “fa appello ai liberiani affinché rispettino il coprifuoco e cooperino con le autorità locali e l’Unmil (missione di peacekeeping delle Nazioni Unite in Liberia ndr)”. Ieri il governo provvisorio di Monrovia aveva deciso di imporre il coprifuoco in seguito a violenti tumulti scoppiati in alcune zone della città, dove gruppi di giovani – tra loro molti degli oltre 70.000 ex-combattenti della guerra civile, ormai disarmati – che hanno assaltato case, uffici, botteghe e anche chiese e moschee.

Il segretario generale, si legge nella nota riportata dall'agenzia Misna, esorta “tutti i leader tradizionali e i responsabili politici nel Paese, insieme a quelli della Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale, a intervenire rapidamente e sostenere gli sforzi dell’Onu di riportare la calma il più presto possibile”. Ieri i ‘caschi blu’ dell’Unmil erano intervenuti in forza – secondo alcuni tardivamente – per fermare la rivolta, con l’autorizzazione ad usare la forza. Domani scade il termine per il disarmo degli ex-miliziani delle diverse fazioni protagonisti di una guerra civile durata 14 anni e costata decine di migliaia di vittime; gran parte di loro – su 87.000 registrati – hanno già deposto le armi sotto la supervisione della missione Onu, che ora dovrebbe garantire il loro reintegro nella società.

E' comunque previsto per oggi il rimpatrio dalla Guinea degli sfollati liberiani nelle proprie aree d'origine da parte dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). "Domani arriverà nella contea di Bong, nella Liberia settentrionale, il primo convoglio di rifugiati liberiani provenienti dalla Guinea, a quasi un mese di distanza dall'inizio delle operazioni UNHCR per il rimpatrio assistito nel devastato paese. I camion che compongono il convoglio trasporteranno 193 rifugiati di ritorno dal campo di Laine, nella regione guineana di N'zerekore, ed entreranno nella contea di Bong attraverso il posto di frontiera di Ganta" - comunicava ieri l'UNHCR.

La Guinea è il principale paese d'asilo per i rifugiati liberiani in Africa occidentale e all'inizio dell'anno ospitava circa 149mila liberiani fuggiti dalla guerra civile durata 14 anni. Finora molte migliaia di rifugiati hanno scelto di rimpatriare autonomamente con mezzi propri.

Dal 1° ottobre, data d'inizio del rimpatrio assistito in Liberia, oltre 500 rifugiati hanno fatto ritorno via terra dalla Sierra Leone e per via aerea dal Ghana. L'UNHCR prevede un incremento del ritmo dei rimpatri per il periodo precedente le elezioni in Liberia, fissate per l'ottobre del 2005. L'UNHCR sta incoraggiando la Commissione Nazionale Elettorale Liberiana ad abilitare al voto il maggior numero possibile di rifugiati e sfollati e sta chiedendo di estendere la registrazione per il diritto al voto anche ai rifugiati che faranno ritorno dopo il 15 aprile 2005, attuale scadenza per la registrazione dei cittadini votanti.
Nell'ambito del programma pluriennale di rimpatrio, l'UNHCR prevede assistere nel rimpatrio circa 28.700 rifugiati entro la fine dell'anno, dei quali 10mila provenienti dalla Guinea, 10mila dalla Sierra Leone, 5mila dalla Costa d'Avorio, 2.700 dal Ghana, 1.000 dalla Nigeria e 300 da altri paesi. L'UNHCR prevede che, attraverso il programma di rimpatrio - che durerà fino alla fine del 2007 - 340mila rifugiati liberiani che si trovano nei vari paesi dell'Africa occidentale faranno ritorno nel proprio paese.

Unimondo














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sabato, 30 ottobre 2004

Come un fulmine a ciel sereno: dopo più di un anno di relativa pace e stabilità, la capitale liberiana si è svegliata giovedì mattina nel caos, provocato da scontri tra giovani musulmani e cristiani. Gli scontri, durati fino a venerdì, hanno provocato almeno 5 morti e decine di feriti, costringendo il presidente Gyude Bryant ha proclamare il coprifuoco in città. Le forze dell'ordine sono state messe in allerta, mentre i Caschi Blu dell'ONU hanno ricevuto l'ordine di sparare a vista in caso di nuovi tafferugli. Il tutto in coincidenza, forse non casuale, con la conclusione del programma di disarmo a fine mese.

Non è ancora chiaro cosa abbia provocato gli scontri di giovedì mattina. Fatto sta che in poche ore la città è precipitata nel caos, con decine di negozi distrutti, bande armate di coltelli, bastoni e kalashnikov che giravano per le strade e i Caschi Blu impegnati a tenere a bada la folla inferocita a colpi di fucile e gas lacrimogeno. Sembra addirittura che una camionetta dell'ONU abbia per sbaglio investito e ucciso tre persone durante gli scontri, a quanto riferiscono fonti locali citate dall'AP.

Gli scontri sarebbero cominciati nel distretto commerciale di Paynesville, per poi estendersi a numerosi quartieri della città: almeno tre chiese e due moschee sarebbero state distrutte, così come numerose abitazioni e negozi messi a ferro e fuoco da bande armate appositamente di taniche di benzina. A fine giornata i Caschi Blu avranno arrestato ben 168 persone, un numero che dà la riprova della gravità degli scontri.

Ma Monrovia non è stata il solo teatro di violenza nel paese: altri scontri religiosi sarebbero scoppiati a Kakata, a una cinquantina di km dalla capitale. Anche qui, lo scenario sarebbe abbastanza simile: violenza diffusa, distruzione di abitazioni e centri commerciali, sciacallaggio nei negozi e nelle case per approfittare del momento di caos. Per far fronte all'emergenza il presidente ha annunciato il coprofuoco indeterminato a Monrovia.

Il presidente Bryant è rimasto visibilmente scosso da questo episodio, che rischia di azzerare il credito riacquistato faticosamente dalla Liberia in quest'ultimo anno. Dopo 14 anni di guerra praticamente intinterrotta e più di 150.000 vittime, l'ultimo anno aveva fatto sperare in una vera svolta per i destini della nazione. Questi nuovi scontri, apparentemente inspiegabili vista la rarità degli scontri religiosi in Liberia,. potrebbero mandare a monte quanto già fatto soprattutto nel campo del disarmo delle milizie armate.

Questi nuovi episodi potrebbero innanzitutto frenare gli aiuti da parte dei paesi donatori, che non rischierebbero di investire i propri soldi in un paese così instabile. Ripercussioni del genere sarebbero disastrose per la Liberia, il cui processo di pace fino a giovedì sera era proseguito bene, soprattutto se confrontato con le situazioni di alcuni vicini come la Costa d'Avorio.

Il presidente Bryant ha azzardato in un messaggio radiofonico la possibilità che a fomentare i disordini siano stati elementi che hanno interesse a far fallire il programma di disarmo, che dovrebbe concludersi il prossimo 31 ottobre. Una tesi che finora non è stata confermata dai fatti, anche perché non sono al momento chiare le motivazioni dello scoppio dei disordini, che potrebbero anche non aver nulla a che fare con la recente guerra civile.

Come un fulmine a ciel sereno: dopo più di un anno di relativa pace e stabilità, la capitale liberiana si è svegliata giovedì mattina nel caos, provocato da scontri tra giovani musulmani e cristiani. Gli scontri, durati fino a venerdì, hanno provocato almeno 5 morti e decine di feriti, costringendo il presidente Gyude Bryant ha proclamare il coprifuoco in città. Le forze dell'ordine sono state messe in allerta, mentre i Caschi Blu dell'ONU hanno ricevuto l'ordine di sparare a vista in caso di nuovi tafferugli. Il tutto in coincidenza, forse non casuale, con la conclusione del programma di disarmo a fine mese.

Non è ancora chiaro cosa abbia provocato gli scontri di giovedì mattina. Fatto sta che in poche ore la città è precipitata nel caos, con decine di negozi distrutti, bande armate di coltelli, bastoni e kalashnikov che giravano per le strade e i Caschi Blu impegnati a tenere a bada la folla inferocita a colpi di fucile e gas lacrimogeno. Sembra addirittura che una camionetta dell'ONU abbia per sbaglio investito e ucciso tre persone durante gli scontri, a quanto riferiscono fonti locali citate dall'AP.

Gli scontri sarebbero cominciati nel distretto commerciale di Paynesville, per poi estendersi a numerosi quartieri della città: almeno tre chiese e due moschee sarebbero state distrutte, così come numerose abitazioni e negozi messi a ferro e fuoco da bande armate appositamente di taniche di benzina. A fine giornata i Caschi Blu avranno arrestato ben 168 persone, un numero che dà la riprova della gravità degli scontri.

Ma Monrovia non è stata il solo teatro di violenza nel paese: altri scontri religiosi sarebbero scoppiati a Kakata, a una cinquantina di km dalla capitale. Anche qui, lo scenario sarebbe abbastanza simile: violenza diffusa, distruzione di abitazioni e centri commerciali, sciacallaggio nei negozi e nelle case per approfittare del momento di caos. Per far fronte all'emergenza il presidente ha annunciato il coprofuoco indeterminato a Monrovia.

Il presidente Bryant è rimasto visibilmente scosso da questo episodio, che rischia di azzerare il credito riacquistato faticosamente dalla Liberia in quest'ultimo anno. Dopo 14 anni di guerra praticamente intinterrotta e più di 150.000 vittime, l'ultimo anno aveva fatto sperare in una vera svolta per i destini della nazione. Questi nuovi scontri, apparentemente inspiegabili vista la rarità degli scontri religiosi in Liberia,. potrebbero mandare a monte quanto già fatto soprattutto nel campo del disarmo delle milizie armate.

Questi nuovi episodi potrebbero innanzitutto frenare gli aiuti da parte dei paesi donatori, che non rischierebbero di investire i propri soldi in un paese così instabile. Ripercussioni del genere sarebbero disastrose per la Liberia, il cui processo di pace fino a giovedì sera era proseguito bene, soprattutto se confrontato con le situazioni di alcuni vicini come la Costa d'Avorio.

Il presidente Bryant ha azzardato in un messaggio radiofonico la possibilità che a fomentare i disordini siano stati elementi che hanno interesse a far fallire il programma di disarmo, che dovrebbe concludersi il prossimo 31 ottobre. Una tesi che finora non è stata confermata dai fatti, anche perché non sono al momento chiare le motivazioni dello scoppio dei disordini, che potrebbero anche non aver nulla a che fare con la recente guerra civile.

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